MARITI E MOGLI
Come sappiamo i film vivono di montaggio, cambi di inquadratura, primi piani, ellissi narrative… mentre il teatro mette in gioco strumenti e forme espressive diverse. Come tradurre quindi in linguaggio teatrale la fluidità narrativa del film col suo alternarsi di inquadrature, spazi e situazioni diverse? Per rispondere a questa domanda è nata una scelta radicale: eliminare i bui tra una scena e l'altra. Quindi nessuna interruzione tra un quadro e l’altro. Nessuno stacco netto. Le scene si dissolvono l’una nell’altra. Ma cosa accade nel tempo invisibile che chiude una scena e ne apre un'altra? In che modo i personaggi si presentano su un palco che non appartiene ancora a loro, perché la scena precedente è ancora viva? Situazioni diverse si sovrappongono per qualche istante e frammenti di presente e di futuro convivono nello stesso spazio scenico. A tratti sembra di assistere a una sorta di cubismo teatrale: punti di vista differenti che coesistono, tempi che si sfiorano, azioni che si compenetrano senza confondersi. Da questa ricerca è nato un flusso continuo di scene, nel quale relazioni, desideri, crisi e incontri emergono e scompaiono come accade nei pensieri e nella memoria. Anche lo spazio scenico si è progressivamente adeguato alle esigenze della narrazione, trasformandosi con essa e lasciandosi modellare dalle dinamiche dei personaggi e dalle loro relazioni. Quello che all’inizio sembrava un limite è diventato una scoperta. In questo allestimento il teatro ha rinunciato a imitare il cinema. Con i suoi mezzi e il suo linguaggio ha dato forma a quella complessità dell’essere umano che Woody Allen sa raccontare così magistralmente.